Strasburgo condona il crocifisso a scuola

La sentenza definitiva della Grande Camera della Corte europea dei diritti dell’uomo, relativa alla presenza del crocifisso nelle aule scolastiche, con 15 a favore e 2 contrari, ha accolto il ricorso dell’Italia (insieme a Russia, Lituania, Malta, San Marino, Bulgaria, Monaco, Cipro, Grecia, Romania e Armenia: un bel parterre non c’è che dire) , ritenendo che non vi sia stata violazione dell’art. 2 prot. n.1 (diritto all’istruzione). Un ribaltamento così radicale rispetto al precedente pronunciamento (che era stato unanime: 7/0) è dovuto certamente ad enormi pressioni sulla Corte, chiesa e politica hanno schierato l’artiglieria pesante per deviare un indirizzo che forse avevano in precedenza sottovalutato. La sentenza (qui un estratto in italiano e qui tutto il testo in inglese) in un certo senso si “lava le mani” della questione lasciando agli stati un “margine di discrezionalità” poco chiaro e scarsamente compatibile con la difesa dei diritti individuali che la stessa Corte dovrebbe perseguire. Quindi il cristianesimo non è universale ma varia da paese a paese. Soprattutto, come nei totalitarismi, si reintroducono concetti quali “religione maggioritaria” e “visibilità preponderante”.
Contemporaneamente però la sentenza sconfessa l’interpretazione che l’Italia ha dato del crocifisso quale elemento culturale e tradizionale, sancendone il carattere di simbolo religioso (e questo, se vogliamo, è un aspetto positivo perchè lo sottrae da un presunto “ecumenismo laico” che voleva essere con autoritarismo imposto); inoltre lo si banalizza definendolo “simbolo essenzialmente passivo”, cioè irrilevante e senza forza di “indottrinamento”, evidentemente questo fa esultare le gerarchie ecclesiastiche, non la pensano così numerosi movimenti cristiani sia esterni che interni al cattolicesimo. Appare poi singolare che la Corte affermi che nelle scuole italiane tutte le religioni hanno spazio, che si può portare il velo e si festeggia il Ramadan: come hanno potuto i giudici accogliere queste spiegazioni da parte dell’Italia senza verificarne la veridicità?
Più astrattamente, si può dire che si rafforza la tendenza temporale e marchiante della religione negli spazi pubblici, a discapito della sua effettiva influenza sulle coscienze; come ha scritto qualcuno “sempre più croci negli uffici e sempre meno nelle case”. E’ anche evidente una insidiosa tendenza che rende pavida l’Europa nell’intromettersi nelle questioni dei suoi stati membri, una inquietante parcellizzazione dei diritti ed una maggiore influenza di paesi a tradizione ortodossa uniti a quelli più clericalmente connotati.
Alla famiglia ricorrente Lautsi-Albertin, alla quale la Corte riconosce che è “comprensibile che possa vedere nell’esposizione del crocifisso nelle aule delle scuole pubbliche frequentate dai suoi figli una mancanza di rispetto da parte dello Stato” ma che “la lesione del loro diritto è soggettivamente percepita e quindi non dimostrabile”, va tutta la nostra solidarietà e ringraziamento.
Qui la conferenza stampa UAAR immediatamente dopo la sentenza.
Qui un intervento di Sergio Luzzatto , autore de “Il crocifisso di stato”.

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